2010/08/15

Corri

Corri.
Il cuore ti scoppia nel petto. Le gambe ti pesano come fossero piombo. Vorresti fermarti ma non puoi. Sarebbe la fine.
Corri.
Nella notte, la luce della Luna disegna delle chiazze bianche sul tappeto del bosco. Eviti per un pelo una radice sporgente. I rami degli alberi ti graffiano il volto.
Corri.
Il lungo vestito verde, il simbolo del tuo rango, ti intralcia i movimenti. Alle tue spalle, vicine e lontane, ti giungono le voci inumane dei tuoi inseguitori.
Come sei stata ingenua a cadere nella trappola che ti hanno teso! Prima che ti rendessi conto di quello che stava succedendo, le tue compagne erano morte. Hai combattuto, ma alla fine la loro magia si è rivelata più forte della tua. Suprema Maestra, pensi, perdonami per avere fallito.
D'un tratto il bosco si apre in una radura illuminata dalla luce lunare, che termina su di un dirupo scosceso, dal fondo del quale senti arrivare il rombo di un torrente.
Per un attimo pensi di tuffarti e di provare a fuggire; ma fuggire dove? Le tue amiche, le tue compagne, sono tutte morte. Dove potresti mai fuggire?
Ti volti, afferri il bastone saldamente con entrambe le mani e ti prepari a combattere.
Loro emergono dal bosco. I loro occhi sembrano brillare, le loro movenze simili a quelle di enormi felini. Hanno archi e frecce, ma ti si avvicinano impugnando le spade.
Il primo di loro quasi ti sorprende: eviti il suo affondo e cali il bastone su di lui prima che possa riprendersi. Un urlo e il rumore di ossa spezzate fanno eco al tuo colpo: sono veloci, ma fragili.
Un altro, e un altro ancora ti attaccano. Pari, schivi, ribatti. Nuove urla si alzano nella notte. Il cuore ti batte ancora all'impazzata, ma adesso è eccitazione, non più fatica.
Poi, il dolore ad un fianco. Uno di loro è stato più veloce di te, o forse non sei stata abbastanza cauta. Non importa. Capisci che non ce la puoi fare, loro sono troppi per te e tanto basta.
Un altro dolore al petto. Il sapore del sangue ti riempie la bocca, e pensi che è il tuo sangue. Provi a difenderti ancora, ma le braccia si sono fatte pesanti, e la Luna sembra essersi velata. Le ginocchia ti cedono. Poi cadi a terra.
Suprema Maestra, sono qui.




Arannor, l'elfa, estrasse la spada dal petto della donna. La trappola che avevano preparato aveva funzionato alla perfezione, e cinque delle Tuniche Verdi non avrebbero più perseguitato la sua gente.
Si chinò a frugare il corpo della sacerdotessa. Si era battuta bene, la maledetta, e molti dei suoi compagni avrebbero avuto bisogno di cure. Alcuni non avrebbero mai più fatto ritorno a casa.
Al collo la donna portava un pendaglio, un simbolo della Suprema Maestra, come le Tuniche Verdi chiamavano la dea Terrin. Arannor lo prese: era di legno, inciso da una mano inesperta. Sul retro, c'era scritto qualcosa nella lingua degli uomini, una lingua che aveva imparato a comprendere. L'elfa guardò il pendaglio, poi il corpo della donna coperto di sangue.
Si mise in tasca il pendaglio, e prese tra le braccia la donna. Nessuno cercò di fermarla.
Raggiunse un posto, dove aveva sepolto suo figlio anni prima, il figlio che le Tuniche Verdi avevano ucciso.
Preparò per la donna una tomba, e ve la depose. Tra le mani della donna pose il suo pendaglio, su cui, nella scrittura incerta di un bambino, era scritto:
"A mia madre, con tutto l'affetto che un figlio può avere."
Poi, andò via.

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